IL PAESE NELL'800
  Considerazioni sul secolo
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L'inizio del secolo è attraversato da inquietitudini che esplodono periodicamente in sporadici episodi di rivolta contadina, ma più costantemente, in un endemico brigantaggio che infesta, con bande di varie dimensioni, le regioni meridionali. Il vastese è percorso da una banda che aveva acquistato una triste fama, nell'ultimo scorcio del Settecento, nota con il nome di "banda di Cupello". Capeggiata da Vincenzo de Stefano, un "gualano" soprannominato "il Ruscio", imperversa nella provincia, coinvolgendo nelle sue imprese anche la famiglia de Riseis di Scemi, in fuga dal paese per timore dei francesi, fino a sconfinare anche in Molise, ove il capo banda con i suoi sarà arrestato, nei pressi di Isemia, il 17 luglio 1801. Processato con 14 compagni, dalla Regia Udienza di Chieti, sarà condannato all'ergastolo nel 1806 [1].

Fatti di indubbia valenza politica si ravvisano nel sottofondo di un semplice atto notarile di procura: don Vincenzo Raimondi, borghese benestante del luogo, nomina, a metà del 1800, suo rappresentante legale l'avvocato Ludovico Marone di Napoli per instaurare azioni giudiziarie nei tribunali della capitale, nella speranza di ottenere la restituzione degli argenti richiesti in oblazione dalla Regia Corte, a tutti i cittadini del Regno per contribuire allo sforzo finanziario, sostenuto dallo Stato, negli anni tra il '96 ed il '98, allo scopo di costituire un esercito regolare di leva, necessario per fronteggiare la minacciata invasione dell'armata napoleonica, che si profilava all'orizzonte [2].

Poco tempo dopo la Comune di Scemi è scossa da fragor di fucílate e sono quelle che accompagnano l'arresto dei fratelli de Riseis, accusati di fomentar rivolte contro i francesi, nella notte tra il 24 ed il 25 luglio1806. L'episodio è registrato dal notaio Nicolò de Fanis di Scemi che, quasi due anni dopo, raccogliendo la testimonianza di tre popolani, ne fa rivivere tutta la scenografica emotività. Narrano costoro, richiamando alla memoria scene violente intraviste al "Lustrore dell'aria serena" oppure illuminate dal chiarore di lampade ad olio, del sequestro di una consistente quantità di armi nel palazzo baronale, dell'arresto di Camillo, Antonio, Francesco de Riseis e di Giovancamillo de Blasiis, condotti, poi, verso Lanciano ed accompagnati da uno dei terrorizzati narratori, costretto a seguirli. Di qui, finalmente liberato, aveva fatto ritorno in paese [3]. L'episodio, che riveste un notevole rilievo politico locale, è ricordato da Omobono Bocache, fedele cronista degli avvenimenti che accompagnano e si intrecciano con l'avventura dell'esperienza giacobina, nel periodo che va dal Natale 1798 alla Pasqua del 1799, a Lanciano e nella provincia di Chieti e ripreso dal Coppa Zuccari che ne pubblicò le memorie inedite, insieme a documentazione proveniente da uffici pubblici e parrocchie, concernente altresì i successivi quattro anni iniziali di governo francese (1806 1810). Così il nostro cronista narra i fatti, definendo brigante, il fedele realista Camillo: "Ov'era un infame fermento di briganti capo de' quali il barone de Riseis, che ammutinava gente, e dava a credere a quegl'illusi suoi pari esser vicina la rivolta non meno prospera per essi, che quella del '99. Un avviso di tanta importanza richiamò la seria occupazione di Laffont e nel dopopranzo de' 22 luglio ordinò di adunarsi cento uomini armati in Lanciano per accorrere al divisato luogo e punire ed arrestare la tracotanza di quel capo e di quanti erano gli aderenti.

A questo cenno centotrenta individui armati della Civica lancianese con tanto brio e coraggio se gli presentarono, che lo stesso colonnello [Laffont] fece un dovere di compiacersi dell'ottima disposizione del paese, e questi uniti a cento Francesi di cavalleria con alcuni delle Ville ed altri valorosi di Fossaceca, partirono per l'assegnato destino. Tre miglia in distanza di Scerni si fece la divisione delle colonne che doveano postare le case de' sospetti dati in nota dalla corte, e nel termine di mezz'ora avvenne felicemente il compiuto arresto.

In casa del predetto de Riseis si trovarono molti fucili con buona munizione ed era notoria la voce ventilata da quel barone asserendo falsamente in pubblico ed in privato che il principe ereditario Francesco Borbone già era nella città di Foggia e che suo fratello Luigi de Riseis fu preside dì Catanzaro veniva con forza imponente a rivoluzionare il regno, spedito apposta da Sicilia. Furono pertanto arrestati 21 individui e condotti in Lanciano la sera de' 26 luglio e nel dì 28 partirono asportati nella Fortezza di Pescara" [4].

Il decennio 1806-1815, iniziato con l'arrivo dell'esercìto francese guidato da Giuseppe Bonaparte, vedrà il Regno di Napoli impegnato in una "occupazione militare", che sarà origine di innovazioni tanto radicali da sconvolgere irreversibilmente l'assetto dello Stato settecentesco. Questo periodo, così denso di riforme e sconvolgimenti istituzionali, si conclude con il Trattato di Crollalanza del 20 marzo 1815, in virtù del quale Ferdinando di Borbone ed i suoi ministri saranno praticamente costretti a conservare gli uomini, gli assetti sociali e gli ordinamenti varati negli anni di dominio francese [5].

Ritornato sul trono il vecchio sovrano, la vita del Regno si riallinea su binari di una, pur se zoppicante, pace sociale. Il secolo trascorre, segnato dalle vicende note che scrivono la storia del Mezzogiorno negli ultimi cinquant'anni di vita del Regno delle Due Sicilie. Ma ciò che in questa sede ci interessa mettere in rilievo è la piccola storia, quella che viene costruita dalla gente comune ed emerge da una fonte peculiare qual è la documentazione notarile. Infatti per la diffusione capillare sul territorio della funzione notarile e per la regolarità di compilazione di protocolli e repertori, prevista da una precisa legislazione, costituisce una fonte capace di documentare le vicende fondamentali della vita individuale e collettiva, senza soluzione di continuità, nelle grandi città e nei paesi più minuscoli [6].

Scemi, piccolo comune del vastese che conta, agli sgoccioli degli anni Cinquanta dell'Ottocento, a ridosso dell'Unità, 3327 abitanti, vede susseguirsi, nel secolo XIX, tre notai: Panfilo Bassani che opera dal 1776 al 1813; Nicolò de Fanis in attività dal 1805 al 183 l; Francesco Colonna che dal 1834 giunge a rogare fino al 1872. La documentazione da essi prodotta nel corso dell'esercizio professionale, è conservata oggi dalla Sezione di Archivio di Stato di Lanciano insieme a quella dei notai roganti nei Distretti di Lanciano e Vasto ed è pervenuta all'istituto lancianese nel 1965, in osservanza della normativa che prevede il versamento della documentazione di notai cessati dall'attività o defunti, nell'Archivio di Stato competente per territorio, 100 anni dopo esser stata depositata nell' Archivio Notarile Distrettuale locale (art. 23 del D.P.R. 30/9/1963, n. 1409).

Fonti, come si è illustrato sopra, utili a fissare la memoria di avvenimenti di notevole valenza storica, ma, accanto ad essi, si dipana il filo della vita quotidiana e sono dunque registrati dai notai vendite, donazioni, testamenti, capaci, tra l'altro, di documentare livelli sociali ed economici difficilmente rilevabili altrove con tanta regolarità. Nel caso di Scemi si rinvengono stipulazioni che documentano un' economia prettamente agraria; la ricchezza, derivante da proprietà immobiliari, è concentrata nelle mani di pochi benestanti. Una posizione di preminenza è stata ormai raggiunta dalla famiglia de Riseis che con Pietro [7], a metà Settecento, può contare su un patrimonio costituito da molteplici appezzamenti di terreno di piccole proporzioni, una neviera, un trappeto, grossi capitali impegnati nell'allevamento di maiali, vacche, buoi e giumente da lavoro; accanto ad essi vengono elencati ben undici censi attivi che, in un centro minuscolo quale è Scemi, costituiscono il segnale di una peculiare gestione del credito; il patrimonio nella sua interezza ammonta ad un imponibile di 760 once, comunque Pietro, nella partita del catasto onciario viene definito Nobil'uomo ed abita in una casa palaziata. Sarà la stessa casa abitata dai suoi successori assurti al titolo nobiliare verso la fine del Settecento, con l'acquisto del feudo di Crecchio, venduto dalla famiglia d'Ambrosio, principi di Marzano e duchi di Quadri, il 28 maggio 1785, per 16.000 ducati [8]. Ma, come osserva il Colapietra [9]" in una situazione ... già complessivamente evolutasi dal tradizionale monopolio baronale. Nessuno dei sei mulini, ad esempio, apparteneva al feudatario che doveva perciò accontentarsi di ricevere una salma di grano per ciascuno di essi, ed i 330 tomoli di proprietà burgensatica lo collocavano in una posizione eminente ma tutt'altro che schiacciante anche nel mero campo della proprietà terriera".

Il barone de Riseis conclude numerosi contratti di affitto a breve termine con contadini del luogo per assicurarsi la coltivazione regolare delle sue terre ed una rendita costante in grano, granone e legumi. Negli anni Trenta del secolo la baronessa de Riseis loca un appezzamento di terreno di 85 tomoli, sito in località Villa Ragna, per sei anni, per il corrispettivo di 128 tomoli di grano, 12 di granone, in un valore complessivo di 1000 ducati. Meno frequente è la documentazione di allevamenti che appaiono sporadicamente nella stipulazione di una società per l'allevamento di 210 pecore, conclusa con pecorai di Cortino, nel teramano. Il potere locale della famiglia si era ormai consolidato. Accanto ad essa è, nel frattempo, emersa la famiglia Raimondi come rappresentante di una borghesia che, negli anni Venti del secolo, ha ormai raggiunto un livello di benessere che mostra i suoi segni esteriori nella proprietà di una casa "palaziata". Sita nel centro del paese, nel Rione Porta da piedi, è valutata 2700 ducati e se ne descrivono i numerosi vani in un atto di divisione tra due fratelli che riguarda una proprietà immobiliare ascendente ad oltre 10.800 ducati. Sono elencati un cortile coperto e numerosi locali di servizio nel piano terra, un piano nobile con sala, logge, varie stanze, impreziosite da stucchi, una galleria ed un locale che, per vezzo snobistico è definito "ritrè". Poi, accanto ad immobili, fonte di solide rendite quali un trappeto, sito poco lontano dal palazzo ed una neviera, compare un "casino di campagna", circondato da un parco "rivestito d'alberi d'ogni specie". E nel piccolo paese è descritta, nei nostri atti, una altra casa "palaziata" di dodici stanze, segno del prestigio della famiglia Ciccarone.

In altri casi la proprietà immobiliare si presenta talmente parcellizzata da contare fino a 16 quote suddivisibili ulteriormente tra quattro condividendi, sparse, in appezzamenti di poco più di due tomoli, su tutto il territorio del paese.

Contratti similari sono altresì fonte primaria per analisi concernenti l'utilizzazione del suolo, desunta dalla casistica dei patti agrari stipulati; emergono così le tipologie di coltivazioni che hanno contribuito a determinare il paesaggio in una tipica alternanza di seminati sui quali si avvicenda la coltivazione di cereali, grano e granturco a quella dei legumi in un regime di sfruttamento intensivo del suolo, e di vignati olivetati o genericamente alberati. Porzioni residue di querceti utilizza

ti per pascolo di maiali, sono il ricordo di boschi ben più ampi che ancora nel secolo precedente assicuravano allevamenti più ricchi. Querceti di una certa consistenza sopravvivono nei demani comunali di Reliscia, in Ripa de' Morti, con un'estensione di oltre 124 tomoli, Boragna, con 355 tomoli, Ragna, infine, con 655 tomoli [10]. Un piccolo folto di sole 8 misure è rimasto in contrada Solagna dell'Osento. in mani private.

Il patrimonio diviene oggetto di numerose obbligazioni con le quali si apre un sipario sulla complessa casistica dei contratti agrari ed accanto ad affitti e soccide appaiono contratti di superficie con i quali viene ceduta la coltivazione di pochi alberi fruttiferi; sopravvive, a metà Ottocento, l'antichissimo contratto di plattia che contempla il lavoro di animali da fatica: il de Riseis, in un contratto d'affitto di terreni, stipulato il 15 febbraio 1838, con la famiglia Sabatini, considera separatamente una somara con il suo staccone, per la fatica dei quali esige a titolo di plattia, la corresponsione di un tomolo di grano all'anno.

La donazione di beni per la costituzione di "patrimonio sacro" descrive, ancora, una peculiare modalità di gestione della proprietà familiare: al giovane diacono Raimondi il padre dona a questo titolo: una casa palaziata di 12 stanze e svariati terreni, aggiungendo all'atto la postilla secondo la quale, in caso di premorienza del futuro sacerdote, i beni ritornino al donante. Un atto di questo genere presenta alcuni risvolti meritevoli di considerazione; già il Concordato tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio del 1741 contemplava, ancora, ampie esenzioni fiscali per i beni riservati al sacro patrimonio, sottoponendoli ad imposte calcolate per la metà della tassa, esenzioni che non si trovano esplicitamente confermate nel successivo Concordato del 1 RI 8 ma è facile ipotizzare che l'istituto fosse usato ancora come un comodo mezzo di evasione fiscale [11].

Come si diceva, la proprietà immobiliare appare, in questo secolo, concentrata nelle mani di una borghesia emersa nel secolo precedente che ruota intorno alla famiglia de Riseis, tipica rappresentante di questa classe. Ad essa si affiancano i Raimondi che vediamo incrementare il patrimonio familiare, nei primi anni dell'Ottocento, con la concessione di censi ipotecati su una miriade di piccoli appezzamenti di terreno posseduti da contadini. Un sistema similare è seguito dal borghese del Re, della vicina Pollutri, che negli anni Trenta, ottiene l'accensione d'ipoteche per prestiti di grano da semina od addirittura destinato al sostentamento alimentare di famiglie contadine.

La borghesia locale fa cavo. ancora, ai Giuliani, ai Marrocco, ai Carlucci, ai di Fonzo, ai Silvestri i quali, assurti ormai regolarmente al decurionato di Scemi, amministrano i beni del non trascurabile demanio comunale. Nel 1838 appaiono creditori del Comune poiché era stato loro ceduto un credito di oltre 1200 ducati, vantato dal barone Camillo de Riseis, per un mutuo concesso all'ente fin dal 1792, per il quale, vengono messi all'asta beni del demanio comunale per ben 70 tomoli.

1 fratelli Ferdinando e Nicola Marrocco nel 1823 stipulano un minuziosissimo contratto d'appalto, con mastro Antonio Damiani di Orsogna, per la costruzione di una casa "palaziata" che corrisponda a criteri di ricchezza ed eleganza, consoni ad una ormai consolidata agiatezza patrimoniale ed esige "balconcini alla romana, pavimenti colorati colla massima leggiadria". Si raccomanda al capomastro di Il nobilitare ... all'intemo ed all' esterno la costruzione, di comicionì di ottima fattura e di tunica tutte le mura a somiglianza della casa di Carlofilippo di Risio, anzi migliore e con più cifre ed intagli...", dimostrando l'esistenza di una vivace competizione nello sfoggio dei segni esteriori di ricchezza che vengono ribaditi, in questo caso, laddove si raccomanda di unificare i due stabili originali in corso di ristrutturazione, portando "le facciate delle due case a livello, di modo che al di fuori sembra che siano di un solo padrone". E si conferma, con questo esempio, un uso largamente applicato nell'edilizia dei palazzi di borghesi e mercanti, pervenuti a recente ricchezza, che costellano un po' tutti i centri della provincia.

In uno studio notarile scorre, per certi versi, la vita privata più intima ed attraverso la stipulazione di contratti dotali ci è permesso curiosare tra gli indumenti più intimi di una sposa, elencati con precisione in capitoli matrimoniali ove compaiono oggetti spesso valutati da donne del paese cui si riconosceva una particolare perizia in materia.

Si apre così una finestra su un aspetto del tema trattato che presenta indubbi risvolti sociali. La dote, costituita per sostenere i pesi del matrimonio, come recitavano le leggi romane, diviene, nel corso dei secoli, specchio del benessere e del prestigio della famiglia della sposa: come dote di paraggio è noto che dovesse ammontare a valori tacitamente fissati. In una dote costituita il 7 gennaio 1838, si elencano indumenti più o meno preziosi e gioielli per un valore di 2132 ducati.

Concludendo ci si rende conto che forse l'impostazione delle considerazioni esposte potrà lasciar perplessi i pochi lettori di queste brevi note, ma per una scelta precisa si è evitato di seguire le vicende di personaggi particolari, che pur emergono nella massa degli atti esaminati, preferendo piuttosto privilegiare quelle stipulazioni attraverso le quali, come si è più volte affermato, emerge la vita della maggioranza, altrimenti indistinta, della popolazione locale.

Note

1. ASCH. Regia Udienza, bb. 362,366; M. Ciarma. Un episodio di banditismo nell'Abruzzo giacobino, in «Il Settecento a Scerni», Casa Editrice Tinari, Bucchianico, 1997, pp. 431-436.
2. ASCH. Sez. di Lanciano. Notarile, Panfilo Bassani di Scemi, 1800, e. 8; P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, introduzione e note di Nino Cortese, Libreria Scientifica Editrice, Napoli, 1955, p.305, n. 18.
3. ASCH. Sez. di Lanciano. Notarile, Nicolò de Fanis di Scemi, 1808, cc. 11-14
4.Omobono Bocache in L. Coppa Zuccari, L'invasione francese negli Abruzzi (1798 1810 ), Vecchioni, Aquila, 1928, 1, pp. 616-619.
5. A. Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Il Mulino, Bologna, 1997, pp. 44-45.
6. La legislazione concemente il notariato, in vigore nei primi anni dell'Ottocento, si rita alla normativa emanata in epoca aragonese con quattro prammatiche, pubblicate tutte nel 1477, ponendo i capisaldi della funzione notarile: impongono la compilazione e la tenuta, anno per anno, di un regi
stro di protocollo sul quale trascrivere integralmente, entro otto giorni dalla richiesta, tutti gli atti stipulati. Negli anni del Viceregno spagnolo si istituisce la figura di un Commissario con l'incarico di procedere ad una ricognizione annuale dei protocolli (1649); si impone ai giudici a contratti,
consulenti giuridici, la cui presenza alla stipulazione degli atti è indispensabile per la loro validità, di tenere un "libretto" sul quale annotare gli atti cui intervengono allo scopo di esercitare un controllo maggiore sull'esatta tenuta dei protocolli notarili (165 1). Carlo III di Borbone ribadisce l'obbligo dell'intervento dei giudici a contratti per la validità degli atti notarili (1741). Una normativa innovativa sul tema si inserirà nel corpus delle riforme varate nel Decennio francese. Il Regolamento sul Notariato, emanato con decreto del 3/1/1809, riorganizza la funzione cancellando la figura del giudice a contratti ed imponendo l'uso della lingua italiana nella redazione degli atti. Per un approfondimento del tema si rinvia a: Archivio di Stato di Chieti, Notaro Nicola de Pompeis. 1787 1797 conintroduzione di Raffaele Colapietra, Tinari, Bucchianico, 1993, pp. 15-20.
7. L. Lucarelli, Il Catasto Onciario, 1742. Lavoro e proprietà, redditi e imposte dellefamiglie scemesi nella morsa tra egemonie baronali e sperequazioni tributarie. Ma è l'ultimo scenario di unafeudalità al tramonto. In «Il Settecento a Scerni». pp. 33-381 , in pari. pp. 260-267.
8 G. Bono, Le ultime intestazionifeudali nei Cedolari d'Abruzzo, C.S.L., Napoli, 199 1, p.
9 R. Colapietra, Gli archivi privati e le ricerche di storia economico sociale sull' A bruzzo ottocentesco: gli archivi Zambra e de Riseis, in «Il Mezzogiorno preunitario Economia, società e istituzioni». a cura di A. Massafra. Dedalo. Bari. 1988, pp. 743-766.
10. ASCH. Atti demaniali di Scemi.
11. E De Rossi, Istruzioni per l'Ammi ni strazi one di Beneficenza e Luoghi Pii laicali con tutte le altre diverse disposizioni emanate a tutto il 30 luglio 1856, Stabilimento tipografico del Cav. Gaetano Nobile, Napoli, 1856, pp. 1-32, 291-301. F. Scaduto, Stato e Chiesa nelle Due Sicilie, Edizioni della Regione siciliana, 1967, ristampa della edizione Amenta, Palermo, 1887, I, pp. 292-296.


 Tratto da"L'Ottocento a Scerni"
 Estratto scritto da"Annamaria DE CECCO"
 Edizione "Tinari"